Le più antiche testimonianze
storiche attestanti la presenza di insediamenti umani
nell’area di Sternatia risalgono senza dubbio al neolitico,
epoca a cui, molto probabilmente, si possono far risalire i
tre “menhir” ancora visibili agli inizi del secolo scorso.
Il primo, in prossimità della porta “Filìa”, il
secondo nel largo prospiciente la masseria “Placerà”
ed il terzo lungo la via vicinale che porta a Zollino. Del
periodo più antico, però, non è possibile avere, allo stato
attuale degli studi, testimonianze sicure ed attendibili, al
di là di semplici ipotesi e congetture. L’insediamento
potrebbe coincidere con la messapica
Sturnium
di cui si sono perse le tracce; ma per suffragare questa
ipotesi occorrerebbe compiere una attenta e meticolosa
indagine archeologica, che non è stata ancora fatta. E’
certo, comunque, che l’area era sicuramente abitata nel
periodo romano del primo secolo dopo Cristo, epoca a cui
risalgono i resti di una molto interessante villa rustica,
sita nella località detta Tsukkalà (luogo di cocci)
per la presenza di numerosissimi frammenti ceramici di età
classica.
Con la riconquista del Salento da parte dei greci
bizantini, in seguito alla guerra gotica nel sesto secolo
dopo Cristo, a Sternatia si insediarono stabilmente i
bizantini, costruendovi un castello e cingendola di mura, di
cui esiste ancora un ultimo tratto vicino alla già citata
porta Filìa. Data la favorevole posizione geografica,
al centro della penisola salentina, facilmente difesa dalle
serre circostanti, la cittadina divenne ben presto un centro
di riferimento per tutto il territorio, tanto da essere
chiamata
Chòra
nella
lingua greca parlata in tutta la regione. “Chora”
(Cwra)
intesa come città capoluogo dell’intera zona di lingua e
cultura greca. Con questo termine è individuato il paese
ancora oggi, non solo a Sternatia ma in tutta l’area della
Grecìa salentina. La lingua, la cultura, il rito greco
perdurarono a Sternatia fino ad epoche relativamente
recenti. Il rito greco bizantino venne ufficialmente
sostituito dal rito latino solo nel 1622, ma chierici e
sacerdoti minori continuarono ad officiare in greco fino
alle soglie del diciannovesimo secolo. Qui era molto sentita
la cultura greca; nella, ormai distrutta, abbazia di San
Zaccaria, sulla serra dei Litharà , era attivo uno
“scriptorium” in cui venivano copiati preziosissimi
manoscritti in lingua greca, ancor oggi conservati in
diverse biblioteche italiane ed europee. La cultura e le
lettere greche non si limitarono ad essere praticate fra le
mura dell’abbazia, ma studiosi e copisti, come Angelo
Costantino, diffusero l’amore per il sapere e le lettere
greche anche al di fuori del territorio.
Con l’avvento dei Normanni e del feudalesimo Sternatia
nel 1192 venne data da re Tancredi d’Altavilla al valoroso
capitano Berlinghiero Chiaramonte, che aveva combattuto agli
ordini del suo antenato, il conte Roberto, con il titolo di
barone. Nel 1269 il feudo passò a Simone De Bellovedere,
dopo essere passato, per meno di un anno, ad Enrico De
Nocera. Nel 1276 fu barone di Sternatia Guglielmo di
Pietravalle, per poi cedere il posto a numerose altre
famiglie di feudatari (gli Orsini Del Balzo, i Dell’Acaya,
gli Acquaviva, i San Giorgio, i Caracciolo, i Personè, i
Cicala ed i Granafei, questi ultimi con il titolo marchesale).
Nel 1480-1481, durante l’assedio di Otranto da parte dei
turchi, Sternatia fu il quartier generale delle truppe
aragonesi di Napoli al comando del duca di Calabria, futuro
re di Napoli, Alfonso d’Aragona e di Giulio Antonio
Acquaviva, conte di Conversano. Quest’ultimo il 7 febbraio
1481 effettuò una uscita di perlustrazione, con un gruppo di
dodici uomini, fuori dal castello, ma, nelle vicinanze di
Serrano, cadde in un’imboscata tesa dai turchi. Il suo corpo
fu decapitato ma rimase in arcione sul suo cavallo che lo
riportò indietro, al castello di Sternatia. Da qui partirono
i cavalieri aragonesi, al comando del duca di Calabria ed in
quello stesso giorno riconquistarono Otranto, scacciando via
i turchi.
Ancor vivo, nella memoria collettiva degli abitanti di
Sternatia, è il ricordo dei baroni appartenenti alla
famiglia Cicala, che esercitarono i loro diritti feudali,
come, ad esempio, quello relativo allo jus primae noctis.
Ma a questa famiglia appartenne anche il grande Girolamo
Cicala, poeta e libertino del diciassettesimo secolo, che ha
lasciato una traccia importante nella storia della
letteratura italiana.
I Granafei, infine, furono gli ultimi feudatari che
detennero il potere, con il titolo marchesale, fino al 1806,
quando venne abolito il feudalesimo da Napoleone Bonaparte.
Uno degli ultimi discendenti della famiglia, Donato Maria
Granafei, fu un fervente carbonaro, fondando a Sternatia la
setta dei “Filadelfi”, intorno al 1820. Sostenitore
dei Savoia e dell’unità d’Italia si scontrò con una
insurrezione popolare filo borbonica, scoppiata nel paese e
violentemente repressa durante il carnevale del 1861.